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Incontro con Mons. Di Tora 13/1/2013

13 gennaio 2013 VISITA PASTORALE DI SUA ECC. ZA MONS GUERINO DI TORA

Eccellenza, siamo veramente felici e onorati di averla tra noi e la ringraziamo per l’attenzione che ci presta in questa giornata di visita pastorale.

Desideriamo raccontarle la vita passata e attuale della nostra comunità, certamente non con la pretesa di essere esaustivi, perché è sempre difficile riuscire a dire tutto, ma prendendo in esame i punti salienti degli ambiti comuni ad ogni comunità parrocchiale.

Ci aspettiamo un suo giudizio di conferma o anche di correzione e comunque un incoraggiamento da parte sua, in quanto successore agli apostoli.

 

STORIA E REALTÀ SOCIO-CULTURALE DEL QUARTIERE

L’origine storica del quartiere risale a circa sessant’anni fa: almeno fino agli anni Trenta-Quaranta la città finiva a piazza Verbano, all’altezza dell’attuale parrocchia di S. Saturnino.

Poco prima della guerra sorsero nel nostro territorio, che coincide con la parte estrema del bel quartiere Salario-Trieste, confinante col quartiere Africano, i Parioli, e i Prati Fiscali, i primi complessi abitativi, costituiti dalle case per i ferrovieri; ma ben presto, durante gli anni Cinquanta e Sessanta, il quartiere si venne caratterizzando come un’area socialmente medio-borghese,  non senza la presenza di edifici di particolare prestigio dal punto di vista edilizio e con la permanenza, ma in misura piuttosto limitata, di insediamenti a carattere popolare o piccolo-borghese. Ciò spiega come uno dei caratteri più rilevanti, sotto il profilo sociologico, sia l’elevatissimo tasso di laureati (medici, giornalisti, professori universitari, avvocati, magistrati, liberi professionisti), accanto ad un certo numero di commercianti, impiegati e pubblici dipendenti.

La zona gravita intorno a Piazza Vescovìo, che prende nome dalla località “Vescovìo” in Sabina, a circa 50 Km. da Roma, dove c’è una famosa Chiesa romanica, un tempo cattedrale della diocesi suburbicaria di Sabina e Poggio Mirteto.

Questa piazza oggi è un po’ un nodo di collegamento tra il centro e la periferia (il primo tratto di via Salaria, la Borgata Fidene) ed è quindi una zona di passaggio e di transito, con un intenso traffico di autobus e di automobili private, più che un luogo di incontro e di relazioni sociali.

Il prezzo delle case è elevatissimo e ha come conseguenza una certa dispersione delle famiglie giovani; dispersione che, aggiunta al naturale invecchiamento della popolazione, fa sì che, pur non mancando una fascia di abitanti più giovani, ci sia un’altissima percentuale di anziani; in linea con i dati del II Municipio, di cui la nostra zona fa parte, che è quello che in tutta Roma ha la più alta percentuale di persone molto avanti con gli anni. Ciò, naturalmente conferisce alla vita quotidiana un carattere particolare, anche per una consistente presenza di lavoratori e lavoratrici domestici e badanti di provenienza extracomunitaria, con i quali, peraltro, i residenti dimostrano di avere rapporti molto buoni.

Anche il costo dei locali destinati all’esercizio pubblico è molto elevato; infatti si registra un eccessivo proliferare di banche, a scapito dei piccoli negozi a gestione familiare che caratterizzavano il quartiere e che contribuivano a mantenere una rete di conoscenze e di solidarietà che si è venuta attenuando.

 

62 ANNI DI VITA PARROCCHIALE

La parrocchia fu eretta nel 1950 e l’attuale chiesa è stata consacrata nel 1957. Negli anni intercorsi tra l’erezione e l’agibilità della chiesa parrocchiale, le SS. Messe venivano celebrate nell’odierno teatro, allora adibito a chiesa.

Prima ancora del ’50, dal ’40 in poi, era la cappella delle Suore Francescane della Misericordia ad essere il luogo di culto.

 

Tra i preti che l’hanno guidata è doveroso ricordare il primo parroco, don Cesare Virtuoso, che ha retto la parrocchia fino al 1988. Sono tante le persone che ancora lo ricordano per la sua profonda spiritualità e per i suoi modi austeri, ma anche sempre pieni di bontà e comprensione. Veniva definito “virtuoso” di nome e di fatto. Fin dai  tempi tristissimi della guerra, e soprattutto nei mesi dell’occupazione tedesca, quando abitava nella parrocchia di S. Emerenziana, e prima di essere nominato parroco, gli fu assegnata la cura di questa zona, distinguendosi per la vicinanza e per l’assistenza spirituale a tutti i suoi abitanti.

Il suo successore fu don Sandro Amatori che è stato parroco fino all’estate del 2007. Col suo carattere mite e benevolo ha condotto la parrocchia per circa vent’anni.

Tra i viceparroci e preti collaboratori che si sono avvicendati non possiamo non ricordare il compianto don Luigino Pizzo. Don Luigino, per dieci anni, è stato vice parroco ai Sacri Cuori, dove fu assegnato appena diventato prete ed è ancora ricordato con tanto affetto, soprattutto per la sua grande capacità di stare a fianco di fanciulli e ragazzi e di favorire in loro il processo di maturazione umana e spirituale.

Un apporto notevole fu dato anche dall’allora don Edoardo Menichelli, ora arcivescovo di Ancona. Oltre a prestare il suo servizio in Vaticano, era cappellano della clinica Villa Mafalda, la cui cura pastorale è tuttora affidata alla parrocchia; particolarmente apprezzato fu il suo servizio pastorale dedicato ai ragazzi delle cresime, alle coppie che si preparavano al matrimonio e ai gruppi degli sposati.

Anche il Suo predecessore l’ex vescovo ausiliare, Sua Ecc. Mons. Enzo Dieci, è stato per anni collaboratore ai Sacri Cuori; molti degli attuali cinquantenni ancora presenti in parrocchia come animatori e catechisti hanno partecipato ai gruppi di cui era assistente spirituale.

Con queste premesse, nel ventennio dagli anni ‘60 agli ’80, la parrocchia ha vissuto un periodo di particolare fecondità per la presenza di numerose famiglie giovani e per i loro figli, che, divenuti adulti, sia per i prezzi alti delle case, sia per la reale non disponibilità di abitazioni, si sono quasi tutti spostati nei quartieri più nuovi, al di là dell’Aniene, sempre nel settore di Roma nord: molti parroci dei quartieri Montesacro, Prati Fiscali e Talenti sono attualmente coadiuvati da ex –ragazzi dei Sacri Cuori.

Tre assidui frequentatori dei gruppi giovanili dei Sacri Cuori sono successivamente entrati in seminario e ordinati sacerdoti: don Paolo Tammi, don Filippo Morlacchi e don Gustavo La Manna.

 

Nella storia della parrocchia, un particolare momento di grazia è stata la visita di Sua Santità Giovanni Paolo II il 17 marzo 1985.

 

Due sono gli istituti di suore presenti nel territorio parrocchiale: le Francescane della Misericordia provenienti da Lussemburgo, e le Suore Oblate di S. Antonio.

Le prime, insediatesi nel 1940, con la scuola materna ed elementare, funzionante fino a cinque anni fa, hanno dato un notevolissimo apporto alla formazione degli alunni e dei loro genitori. È ancora grande e presente il rammarico delle persone per la chiusura della scuola e sono ancora tantissimi gli apprezzamenti per l’insegnamento e il clima francescano che trasmettevano. Attualmente  esse sono in tre, due delle quali aiutano sistematicamente la parrocchia col catechismo, e con la visita a malati ed anziani. La particolare vicinanza fisica, l’istituto è infatti attiguo alla parrocchia, ha favorito sempre un rapporto di grande collaborazione e aiuto reciproco.

Le Suore Oblate di S. Antonio di Padova, originarie di Brindisi, sono presenti nel quartiere dal 1972, dirigono una casa cosiddetta “Comunità Alloggio”, cioè una sorta di pensionato per anziani dove, oltre all’ospitalità, offrono un’amorevole cura spirituale e umana per far trascorrere ai loro ospiti gli ultimi anni di vita all’insegna della serenità, del conforto e della compagnia. Si occupano anche della carità a persone che vivono in situazione di indigenza e che si rivolgono a loro.

 

 

 

 

 

 

 

Due priorità pastorali

Per gli anni a venire ci siamo dati, anche dietro le indicazioni dei programmi diocesani di questi ultimi anni, almeno due grandi priorità.

La prima sulla quale stiamo lavorando è quella della cura della celebrazione dei sacramenti, perché siamo convinti che una comunità si distingue da come celebra. Dovrebbe essere questo il tratto distintivo di una comunità: come celebra soprattutto la S. Messa ed essendo la S. Messa “culmine e fonte”, secondo la felice espressione della Sacrosanctum Concilium, della vita di ogni cristiano, il fine che ci siamo prefissati è quello di renderla il più possibile “partecipativa”, “affinchè la celebrazione del Mistero dell’altare sia vissuto sempre più quale sorgente da cui attingere la forza per una più incisiva testimonianza della carità, che rinnovi il tessuto sociale della nostra città” (Dal discorso del Papa al Convegno Diocesano 2011).

Il modo di celebrare da parte dei presbiteri cerca di essere dignitoso e al contempo accogliente, rispondente alle direttive liturgiche, senza indulgere in atteggiamenti soggettivi.

Si cerca di curare il modo di leggere la Parola, cercando anche di coinvolgere sempre più persone, vogliamo dare risalto al canto, anche se purtroppo proprio con questa alta forma di espressione fatichiamo non poco a coinvolgere tutta l’assemblea.

Le persone sono, comunque, generalmente interessate, ascoltano con attenzione la Parola e l’omelia, e da ormai quasi tre anni abbiamo introdotto la comunione sotto le due specie per realizzare il più possibile la significanza dei segni; per tutta la comunità l’Eucarestia domenicale rappresenta il momento più significativo del cammino di fede dei battezzati: in essa tutte le iniziative catechetiche, di preghiera, caritative, ecc.,  necessariamente confluiscono. 

Partendo dalla proposta diocesana di verifica sull’Eucarestia domenicale del programma pastorale diocesano del 2009-2010, per due anni è stato questo l’argomento per la formazione permanente del Consiglio Pastorale Parrocchiale e degli operatori tutti; e quindi, oltre agli incontri previsti dalla diocesi con le parrocchie della prefettura, per una volta al mese si è tenuto un incontro di formazione sulla partecipazione attiva dei fedeli (SC 48) e sullo studio del linguaggio simbolico-rituale nella liturgia della Messa. Abbiamo fatto parte di quelle otto parrocchie i cui parroci hanno pensato di approfondire insieme l’Eucarestia quale centro della vita di ogni cristiano.

Questo, per arrivare a vivere e a far vivere sempre meglio la celebrazione eucaristica domenicale come la celebrazione del mistero pasquale di Cristo.

Due momenti settimanali comunitari salienti sono l’adorazione del Venerdì e la Lectio Divina. Per l’adorazione il giorno scelto è il venerdì perché significativo per noi in quanto la parrocchia è dedicata ai Sacri Cuori di Gesù e Maria: si espone il SS. Sacramento alle 17.00 e dopo un’ora e mezza di adorazione silenziosa, cantiamo i vespri ai quali come conclusione segue la benedizione. 

In ordine di importanza, immediatamente dopo la S. Messa e l’adorazione, sentiamo come momento fondamentale della vita parrocchiale quello della Lectio Divina: non vogliamo mai stancarci di credere e di ripetere che la Lectio Divina è uno dei mezzi principali con cui Dio vuole salvare il nostro mondo occidentale dalla rovina morale che incombe su di esso per l’indifferenza e la paura di credere. Crediamo fermamente che la Lectio Divina sia l’antidoto che Dio propone in questi ultimi tempi per favorire la crescita di quella interiorità, indispensabile perché il Cristianesimo, che non può fondarsi soltanto sulle tradizioni e sulle devozioni, possa affrontare e superare la sfida del terzo millennio.

Dopo aver insistito e non aver mai mollato finalmente da quest’anno la partecipazione è aumentata notevolmente, sebbene, purtroppo, la frequenza per molti è difficoltosa, perché oggi, per la stragrande maggioranza, le persone finiscono di lavorare nel pomeriggio inoltrato, e, arrivati finalmente a casa, stanchi dopo una giornata di lavoro e dovendo necessariamente trascorrere il tempo con la famiglia, faticano, seppure per una volta a settimana, a ri-uscire per venire in parrocchia. La vita, a causa di orari di lavoro, spesso sottratti ad ogni tipo di regolamentazione, ha subito una pericolosa trasformazione: si lavora di più, ci si stanca di più, e si ha meno tempo per la cura dei rapporti interpersonali e soprattutto per l’approfondimento della vita spirituale.

 

L’altra priorità è che la parrocchia sia viva e vitale nella sua vita ordinaria, che diventi un luogo di relazioni qualificate, cioè in cui ognuno fa le cose che deve fare, cura la liturgia, fa la catechesi, si occupa della Caritas, è attento ai gruppi, conduce la vita di tutti i giorni in mezzo al popolo di Dio,  cercando di curare tutto e tendere sempre a migliorare. Abbiamo un gran bisogno di ricostruire tessuti e relazioni che siano qualificate e significative, che non siano solo né occasionali, né funzionali intorno a quello che si fa.

Quindi curare le attività ordinarie e mettere in moto un meccanismo dove le persone si sentano sempre più protagoniste, responsabili, accolte, in modo che la qualità delle relazioni consenta delle comunicazioni sulla vita, crei una situazione di fiducia per poter condividere la vita, che normalmente è difficile condividere laddove si sta troppo puntati sull’emergenza o sull’eccezionalità delle iniziative straordinarie.

Cerchiamo di fare un punto di forza della vita normale proprio come luogo dove la vita ordinaria  delle persone trova un ambiente favorevole per incontrarsi, un clima di fiducia, di stima. È un lavoro lungo, perché deve ricostruire un ambiente che tra adulti non è sempre facile.

Legata a questa prima priorità è la cura del rapporto fede e cultura, cioè tra l’esperienza della fede e tutte quelle espressioni e tutti quei modi di comunicare, di incontrarsi, di stabilire relazioni tipiche di una cultura contemporanea a Roma, e dunque in questi anni abbiamo fatto conferenze, abbiamo dato un grande impulso al teatro parrocchiale, anche con spettacoli di buon livello e molti ed ottimi concerti di musica, che sono un modo non per non fare le cose ordinarie, ma tutt’altro, sono ciò che sostiene, che fa da territorio per le cose ordinarie e qualificate dal punto di vista della fede. Tutto  questo mondo tesse relazioni, per cui ci sono persone che si agganciano alla parrocchia attraverso il teatro e che non verrebbero direttamente ad un percorso di catechesi ma cominciano a stabilire relazioni, conoscono, si conoscono gli uni gli altri e poi forse un po’ alla volta arrivano anche ad  avvicinarsi alla fede. 

Roma come tutte le grandi città ha il problema che il rapporto con la parrocchia non è più automatico come lo era in passato quando il parroco era uno di casa, le persone non vengono più automaticamente in parrocchia, ci sono famiglie che sono dirimpettaie della parrocchia e pur tuttavia non avendo l’occasione di venire in parrocchia non sanno ad es. chi è il parroco e tantomeno cosa si fa in parrocchia.

Dunque ricostituire e investire nelle relazioni, poi la gente è adulta, la gente se ha voglia le fa crescere, ma quello che noi come cristiani possiamo fare è ricostruire delle relazioni, cioè creare delle occasioni per cui ci conosciamo, ci parliamo, essendo convinti che la potenza dell’essere credenti, della qualità delle relazioni, dell’accoglienza prima o poi dà il suo frutto, cioè fa sì che prima o poi le persone si facciano la domanda sul Signore Gesù.

In altre parole creare una situazione in cui le persone abbiano uno spazio che diventi un luogo credente, cioè dove siano reciprocamente accolte e dove sotto il Vangelo possano sentire che la loro vita, le loro fatiche grandi o piccole che siano, materiali e spirituali che siano vengano recepite e comprese.

Nonostante la triste mancanza di luoghi aperti, soprattutto dove le persone nel dopo Messa possano incontrarsi, in questi ultimi anni abbiamo cercato di incrementare l’oratorio domenicale nel piccolissimo campetto e nell’adiacente giardino delle Suore Francescane della Misericordia, che gentilmente lo mettono a disposizione. Il cammino per arrivarci è non poco tortuoso ma con un po’ di insistenza l’incontro dopo la messa delle 10.30 pare sia entrato nella tradizione.

Oltre ai numerosissimi concerti e alle pure numerose rappresentazioni teatrali, più in concreto, per favorire tale priorità di investimento sulle relazioni e quindi sul servizio col territorio, in parrocchia esiste un cosiddetto “Oratorio dei piccoli”, un nido per i bambini dai dodici ai trentasei mesi, i cui dirigenti sono tutti parrocchiani, facente parte di un consorzio di cooperative ideato e voluto dal Centro per la Pastorale Familiare del Vicariato di Roma, inoltre una scuola di musica che tra allievi e docenti raccoglie circa 130 persone, l’ospitalità di una scuola di danza femminile affiliata al bell’Istituto Comprensivo “Pietro Mascagni, la cui direttrice didattica è nostra parrocchiana così come lo sono molti degli alunni e insegnanti, e le visite guidate nella Roma Cristiana una volta al mese.

Un aspetto da curare sarebbe quello di favorire rapporti con gli intellettuali non credenti del quartiere e dare luogo a degli incontri che ricalchino una sorta di Cattedra dei non Credenti. L’espressione di papa Benedetto è sicuramente molto appropriata per descrivere l’apporto culturale che è necessario circoli in una parrocchia, anche per essere in dialogo con i non credenti: un nuovo “cortile dei gentili”, un portico intorno al Tempio, intermedio tra il cuore pulsante della fede e lo scorrere quotidiano della vita.

Da quattro anni a questa parte, su proposta del parroco, abbiamo cercato di dare un nuovo impulso al Consiglio Pastorale Parrocchiale. Partendo dallo studio dello statuto diocesano e con l’aiuto di altre pubblicazioni sull’argomento, abbiamo approfondito cos’è, cosa fa e come funziona un Consiglio Pastorale Parrocchiale, che non dev’esser più inteso solo come un luogo di decisioni pratiche, ma, come afferma il Codice di Diritto Canonico, “se la Parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore” (CJC 515), il CPP sarà il luogo nel quale “i fedeli, insieme con coloro che partecipano alla cura pastorale della Parrocchia in forza del proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale” (CJC 536).

Soprattutto stiamo crescendo sulla nostra corresponsabilità all’interno della Diocesi per l’andamento e la conduzione della parrocchia. La corresponsabilità si può considerare su due poli (questo vale non solo nel rapporto tra laici e clero, ma anche nella corresponsabilità uomo-donna, genitori-figli, ecc.), sull’oggetto o sul soggetto, per dirla in modo schematico e didattico, cioè o su ciò che c’è da fare o sulla soggettività espressa da chi agisce. Oggi nella chiesa, spesso, si intende la corresponsabilità in termini oggettivi, cioè su ciò che c’è da fare, invece la corresponsabilità in termini soggettivi, introdotta dal Concilio Vaticano II, dice che è la soggettività della mia vita che si esprime, la mia corresponsabilità laicale è che la mia vita di laico, cioè di membro del popolo di Dio, sia rilevante per le opzioni della mia comunità e abbia luoghi riconosciuti e stabili, non occasionali o al buon cuore dei preti della parrocchia, ma abbia cioè un peso per le scelte della comunità.

La novità della corresponsabilità in termini soggettivi il Concilio Vaticano II la fonda sul battesimo e sul triplice munus: “i laici sono incorporati a cristo col Battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura sono resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo” (Lumen Gentium 27).

Ciò significa che tutti i membri del popolo di Dio, in virtù del battesimo, hanno la stessa uguaglianza nella dignità e nell'agire, partecipando all'edificazione del Corpo di Cristo secondo la condizione e i compiti di ciascuno, ed è la partecipazione all'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo il fondamento della corresponsabilità dei laici nella vita e nella missione della Chiesa.

Concetto molto chiaramente ripreso nel libro del Sinodo della Diocesi di Roma: “I fedeli laici sono “invitati perciò a vivere sempre più consapevolmente e ad attuare il ruolo insostituibile che loro compete, in virtù della partecipazione al triplice ufficio di Cristo, sacerdotale, profetico e regale, per l’edificazione della Chiesa comunione e per la sua missione nel mondo. Ciò richiede la loro attiva e generosa partecipazione e corresponsabilità nella vita ecclesiale e in tutte le dimensioni in cui essa si esprime, anche attraverso gli appositi organismi pastorali previsti dal Concilio e presenti nella Chiesa di Roma.” (n. 27).

Di quel che la Chiesa fa siamo tutti responsabili, corresponsabili. Non si è collaboratori col parroco o coi sacerdoti come se essi soltanto avessero la prerogativa di rappresentare la Chiesa, ma si partecipa assieme e si agisce insieme nella Chiesa rappresentata e costruita da tutti i battezzati.

In altre parole il Concilio ha inteso “sollecitare i fedeli laici a fuoriuscire da una condizione plurisecolare di minorità, facendo prendere consistenza che una loro effettiva promozione possa coincidere col divenire cristiani “a pieno titolo” in ogni situazione storico-concreta dell’esistenza … Il traguardo di una partecipazione responsabile nella Chiesa potrà essere raggiunto solo a condizione di vincere la resistenza del “clericalismo”, … cioè non già assegnando meccanicamente ai fedeli laici funzioni o ministeri ecclesiastici, bensì alla luce di un previo apprezzamento degli uomini e delle donne che testimoniano una coraggiosa vita di fede capace di dire se stessa nelle condizioni storiche dell’odierna congiuntura storica” (M. Vergottini, Laico, in Teologia, ed. Paoline, 2001). Corresponsabilità laicale quindi non da intendere in termini oggettivi, ma soggettivi.

 

Nel 2012 sono stati amministrati 25 battesimi e celebrati 60 funerali. Rispetto all’anno scorso i battesimi sono rimasti dello stesso numero e i funerali diminuiti di 20.  

Data, nel quartiere, l’alta percentuale di anziani da quest’anno è nato il Telefono d’Argento. È un’iniziativa di dieci anni fa della parrocchia di S. Roberto Bellarmino alla quale hanno aderito alcune parrocchie della zona tra cui la nostra e consiste nel tenere compagnia agli anziani, all’inizio tramite telefono e, successivamente, con una conoscenza ed un sostegno più diretto.

In comunione col programma diocesano di quest’anno ci stiamo organizzando per la pastorale dell’accompagnamento dei genitori del dopo Battesimo.

 

Per tutto il resto facciamo ciò che si fa in tutte le parrocchie, cercando di farlo, come si diceva sopra, al meglio. Dal catechismo dei bambini della prima Comunione a quello di Cresima, dalla pastorale dei fidanzati ai gruppi di famiglie, dall’ACR ai due bei gruppi di “post-cresima” uno dei quali, quello dei più grandi, si è assunto la responsabilità dell’accoglienza dei giovani di Taizè, dai servizi Caritas alle visite ai malati, dal coro polifonico al servizio di alcuni giovani alla casa famiglia di piazza Vescovio.

Si vorrebbe potenziare l’adesione all’Azione Cattolica, non limitarla solo all’età dell’ACR ma estenderla anche ai più grandi fino ad arrivare agli adulti.

E per quanto riguarda il servizio caritativo, oltre alla distribuzione dei pacchi viveri e degli abiti a persone della periferia romana che realmente versano situazioni di bisogno, per tre volte a settimana ha luogo una specie, tra virgolette, di ufficio di collocamento: sono centinaia le persone che durante la settimana vengono a chiedere di lavorare e, in base alle purtroppo non numerose offerte di lavoro, alcune di loro, per lo più donne, trovano impieghi come badanti, baby sitter e collaboratrici domestiche. Questa preziosa attività fu fortemente voluta dall’ex parroco don Sandro Amatori.

 

Quanto è stato detto finora si ispira e fa chiaramente riferimento all’afflato missionario che ci sospinge per far fronte alle sfide del millennio iniziato da appena dodici anni. Vogliamo far nostre le parole sul futuro contenute nella nota pastorale della CEI del 2004: “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”:  “Il futuro della Chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l’immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini”.

Questa consapevolezza trova conferma, fondamento e ispirazione nei già citati Orientamenti pastorali dell’Episcopato Italiano per il decennio 2010-2020 che al numero 41 recita: “La parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello accessibile a tutti; favorisce lo scambio e il confronto tra le diverse generazioni; dialoga con le istituzioni locali e costruisce alleanze educative per servire l’uomo”.

 

Eccellenza, le abbiamo presentato la nostra comunità parrocchiale dei Sacri Cuori, con la consapevolezza che, se in essa non mancano aspetti da migliorare e curare con particolare impegno, al contempo certamente non manca in essa la luce di Gesù Cristo, che, da una parte, ci ricorda che la Sua rivelazione passa spesso attraverso la croce e gli apparenti fallimenti e, dall’altra, ci infonde la sicurezza della possibilità della vita eterna.

      
  

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