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Progetto Accoglienza

La documentazione relativa al Progetto Accoglienza in formato pdf: 

Aggiornamento 7 APRILE 2019:
 

Attivo il conto corrente dedicato:
IBAN: IT28G0503403242000000000722 intestato a Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria

Carissimi parrocchiani,

 

desidero aggiornarvi, come cerco di fare periodicamente, sulle iniziative caritative che negli ultimi tempi la parrocchia sta portando avanti.
Innanzi tutto sulla famiglia siriana che, come sapete, è ospite in parrocchia dalla fine dello scorso giugno. Nel primo “comunicato” vi raccontavo un po’ la storia: scappati dalla guerra in Siria, perché rimasti senza casa distrutta dai bombardamenti, inseguiti dagli oppressori, si sono salvati per miracolo. Hanno trovato rifugio in Libano e finalmente, attraverso la comunità di sant’Egidio, sono arrivati a Roma.
 
Il nucleo è formato da una mamma di 60 anni e tre figli. I tre figli, com’è nel programma della nostra assistenza, stanno rispondendo a questo programma e si sono dati molto da fare. Uno fa il commesso in un negozio a Borgo Pio, un’altra continuando con le pulizie la mattina presto da un parrucchiere di viale Somalia, è apprendista come parrucchiera, e l’altra sta facendo un corso di cucina e nel frattempo lavora, non a tempo pieno, in un ristorante siriano. Sono, tutti e quattro, molto per bene, discreti, educati, onesti e desiderosi di lavorare e rendersi indipendenti. Il programma che finisce a fine dicembre, prevede la completa autonomia e indipendenza.
 
 Stiamo poi assistendo una famiglia di nazionalità filippina composta da un padre, ammalato gravemente e in dialisi trisettimanale, una madre che presta servizio ad ore come collaboratrice domestica a una paga di 400 euro al mese, e tre figli di 3, 5 e 7 anni. Erano senza casa ed abbiamo ottenuto una locazione di 2 camere ad un canone di 700 euro mensili a largo Somalia, in una ex abitazione del portiere. Una parte di questo affitto viene pagato, sebbene non regolarmente, dai genitori di lui. Siamo riusciti a regolarizzarli con permesso di soggiorno e assistenza sanitaria pubblica, oltre ad iscrivere tutti e tre i figli alla scuola pubblica. 
La speranza per il futuro è che il papà sia sottoposto al trapianto di rene e insieme al miglioramento della salute possa riprendere l’attività lavorativa per mantenere la famiglia autonomamente.
 
 In più cerchiamo di aiutare, ma senza, almeno per ora, poter risolvere molto, una famiglia di sei persone, padre, madre e 4 figli, che vive in un campo vicino la confluenza dell’Aniene nel Tevere. Sono bravi, dignitosi, desiderosi di condurre una vita normale, cercano di mandare i figli a scuola, ma è difficilissimo che i due adulti trovino lavoro. Erano prima a Bologna, ma la ditta dove il marito lavorava come operaio ha chiuso, poi si sono trasferiti a Hull, a 400 km da Londra, per lavorare in una grande macelleria, ma un po’ per la lingua, un po’ per lo stipendio basso, non riuscendo a sostenersi, sono ritornati a Roma.
 
 Vi chiedo, allora, cari parrocchiani, di aiutare questa gente, e il gruppo accoglienza, che già fa tanto. Ringrazio infinitamente tutti i parrocchiani che già collaborano finanziariamente, e invito altri a farlo: se fossimo in tanti basterebbe poco da ognuno.
 
Non soltanto a livello finanziario, si può aiutare questa gente in tanti modi, con delle idee nuove, collaborando negli aiuti pratici, creando una rete di comunicazione maggiore per il lavoro: le cose da fare sono molte.
 
Certo la nostra parrocchia è molto impegnata a livello caritativo. Sapete poi che tutti i lunedì il gruppo “Caritas” provvede alla distribuzione di pacchi viveri a famiglie delle quali si è accertata la sicura indigenza.
 
 Non possiamo non ascoltare il grido dei poveri, perché questo come sappiamo bene è una sorta di imperativo evangelico. Non possiamo non soccorrere i poveri e chi sta nel bisogno, in special modo quando ci sono bambini.
 
 Che Dio vi benedica sempre e soprattutto, vicini alla settimana santa, buona settimana più santa dell’anno.
 
 don Stefano

Ai parrocchiani aggiornamento sull’ospitalità della famiglia Siriana - OTTOBRE 2018

 Mona, Salim, Jana, Ranna: questi i nomi dei nostri amici (mamma di 60 anni, un figlio di 30 anni e due figlie di 28 e 23 anni), scappati dalla Siria, come avevo avuto modo di raccontare nel precedente messaggio di giugno.

Saranno ospiti da noi per 18 mesi: questo è il programma dei corridoi umanitari previsto dalla Comunità di Sant’Egidio alla quale in questo progetto facciamo capo e della quale abbiamo ascoltato l’appello.

Sempre come avevo scritto nel messaggio di giugno, sono rimasti senza niente, perché la loro casa è stata completamente distrutta e sono dovuti fuggire perché altrimenti votati a morte sicura.

Dalla voce di chi, come loro, ha vissuto questa tragica realtà, abbiamo ripercorso gli ormai sette anni di quella che sembra essere una guerra senza fine: la guerra in Siria, un conflitto iniziato nel marzo 2011, quando la popolazione manifestò contro il regime del presidente Bashar al Assad. Dopo le prime manifestazioni si è passati alla lotta armata e a una vera e propria guerra civile, che ha coinvolto molte altre nazioni, trasformandola in un conflitto mondiale. Bombe, macerie, miseria, morte, distruzione, massacri che non rispariamo la popolazione e di cui i bambini continuano ad essere le prime vittime innocenti. Città intere, come la capitale Damasco e Aleppo, sono state bombardate in modo massiccio colpendo soprattutto le strutture umanitarie, che lavorano per soccorrere le vittime. La situazione a livello umanitario è gravissima: mancano i servizi fondamentali, come scuole ed ospedali, e beni di prima necessità, come cibo, acqua e medicine.

Hanno raccontato del loro paese Idlib, una città della Siria nord-occidentale, situata vicino al confine con la Turchia, una delle zone più interessate dai combattimenti, di come in fuga dal terribile conflitto siano da lì riusciti ad arrivare in un primo tempo in Libano e poi finalmente a Roma.

 Il conflitto purtroppo continua e proprio nella zona dove si trova la loro cittadina di provenienza.

Il 5 settembre scorso Avvenire, con un articolo di Elena Molinari intitolato “L’assalto ad Idlib è cominciato”, riportava i seguenti fatti: “Crescono le preoccupazioni internazionali per una strage di civili e una crisi umanitaria a Idlib, in Siria, dove ieri notte i caccia russi hanno sferrato un attacco … Almeno 23 incursioni hanno colpito la zona ieri mattina, seminando morte fra i civili, compresi almeno cinque bambini, stando ai Caschi Bianchi (la protezione civile siriana). I missili sono i primi colpire la zona dopo una pausa di oltre tre settimane senza bombardamenti. Finora la guerra in Siria ha prodotto in 7 anni mezzo milione di morti, a cui si aggiunge più di metà della popolazione che ha dovuto abbandonare la propria casa”.

 Ora quando sentiamo o leggiamo della guerra in Siria, davanti a noi compaiono i volti e le storie dei nostri amici, che stiamo imparando a conoscere ogni giorno di più. I ricordi di un passato fatto di semplici sicurezze si mescolano a un futuro incerto, ma anche ricco di aspettative alla ricerca di una nuova casa e di una nuova vita. Un futuro di attese e terrore, speranza e paura, felicità e dolore.

Dei quattro è la mamma, anche essendo ormai sessantenne, quella che fa più fatica sia ad imparare la lingua italiana, sia a vivere in una situazione totalmente inedita e nuova: ha dovuto reinventarsi tutta la sua vita in un paese così diverso da quello della sua nascita.

Quotidianamente impiegano diverse ore nelle lezioni di italiano; da pochi giorni, grazie all’interessamento di una nostra brava parrocchiana, due dei figli stanno lavorando gratuitamente in un bar di largo Somalia, il cui proprietario, generosamente, li ha accolti, per dargli la possibilità di avviare una sorta di inserimento sociale, in cambio del loro aiuto.

Tramite conoscenze di parrocchiani e soprattutto tramite la Comunità di Sant’Egidio si stanno avviando dei progetti di inserimento nel lavoro.

 Non è difficile notare che sono persone per bene, onesti, bravi, desiderosi di fare il meglio possibile e che per noi è una grande ricchezza aiutarli e vivere una sorta di scambio culturale.

Diceva san Francesco, del quale pochissimi giorni orsono abbiamo celebrato la festa: “Che sappia mio Signor sempre donare, perché è donando altrui che si riceve”, ricalcando il detto di Gesù riportato in At 20,35: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.

 La decisione di dare loro ospitalità nei locali della parrocchia, ha trovato subito una risposta molto positiva da parte dei fedeli e molte persone (giovani, pensionati, ma anche intere famiglie) si sono rese disponibili fin dai primi giorni per passare un po’ di tempo insieme tra chiacchiere e racconti. Abbiamo così pian piano imparato a conoscere una famiglia in fuga da una terra martoriata dalla guerra: un’esperienza importante per tutti, un impatto forte con la sofferenza generata dalla guerra.

 Solo alcuni parrocchiani con le loro offerte hanno già iniziato a contribuire al sostentamento dei nostri 4 amici.

 La quota stabilita dalla Comunità di Sant’Egidio è di 5 euro a persona, vale a dire 20 euro al giorno per un totale di 600 euro al mese, più le spese mediche, i trasporti e altre normali necessità.

 Invito a questo proposito, anche a nome del Consiglio pastorale e del Gruppo Accoglienza, tutta la parrocchia a far sentire a questa famiglia la nostra vicinanza attraverso la presenza e l’aiuto economico, per chi non ha a disposizione molto tempo, testimoniando una fede che si manifesta anche in gesti concreti.

 

L’atteggiamento da assumere è quello di pensare seriamente che al loro posto potevamo esserci noi. Questo è uno dei cardini dell’esercizio di carità e di misericordia. Soccorro il bisognoso perché mi vedo in lui e perché, se fossi stato al posto suo, sarei stato immensamente grato al mio soccorritore.  Non credo sia difficile immaginare i loro sentimenti, paure, delusioni, sogni spazzati via, sofferenza e rimpianti.

 

“L’uomo misericordioso verso un disgraziato si ricorda di sé stesso”, dice un detto latino attribuito a Publilio Siro del I secolo a. C.

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